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  • ROSMARINO ROSMARINUS OFFICIN.-pianta generica

ROSMARINO R. - significato

ROSMARINO R. = ROSMARINUS OFFICINALIS = ROSMARINO

Le due varietà più conosciute sono:

-ROSMARINUS OFFICINALIS

-ROSMARINUS OFFICINALIS PROSTRATUS

(tratto dal libro di Alfredo Cattabiani "Florario - miti, leggende e simboli di fiori e piante". E' un libro da acquistare leggere consultare!)

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LA RUGIADA DEL MARE
Il rosmarino non è soltanto una delle erbe principali della festa del Precursore, usata insieme con l'iperico, la lavanda e la ruta per la cosiddetta «acqua di San Giovanni», ma una pianta che fin dall'antichità ha ispirato leggende, tradizioni e medicamenti miracolosi.

Il suo nome latino, rosmarinus, lo apparenta strettamente al mare: secondo alcuni etimologi deriverebbe da ros, rugiada, e maris, del mare.

Secondo altri da rosa e maris, e significherebbe «rosa del mare».

Ma vi è anche chi sostiene che ros derivi da rhus, arbusto, arboscello: sicché rosmarino significherebbe «arbusto del mare».

In ogni modo il suo fiore azzurro rammenta proprio il colore dell'acqua marina.

Nel linguaggio amoroso dei fiori evoca un cuore felice, e se lo si regala trasmette il messaggio: «Sono felice quando ti vedo».

Secondo la tradizione ermetica è la pianta del terzo decano dei Gemelli e presiede alle mani e ai loro mali.

Per questo motivo nei riti di purificazione le abluzioni manuali con soluzioni al rosmarino erano la condizione per ogni guarigione.

Lo si usava anche nelle cerimonie religiose in luogo dell'incenso.

Per gli Egizi era simbolo di immortalità, tant'è vero che usavano metterne una manciata in mano al defunto per facilitarne il viaggio nell'oltretomba.

I Romani, invece, incoronavano con rosmarino le statuette dei Lari, geni familiari della casa.

L'uso funerario dell'erba si diffuse in gran parte del mondo mediterraneo ma anche nel Nord, tant'è vero che una volta nell'Europa settentrionale si accompagnavano i morti al cimitero con un suo rametto in mano, mentre da noi si componevano le corone funerarie con alloro, mirto e rosmarino.

Questa consuetudine è testimoniata anche da un proverbio siciliano:
Cc'è tant'ervi all'orti
E cc'è la rosmarina pi li morti!

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LA LEGGENDA DELLA PRINCIPESSA E DEL ROSMARINO

In Sicilia si narra una leggenda apparentemente bizzarra e oscura.

Una volta una regina sterile stava passeggiando nel giardino quando, vedendo una rigogliosa pianta di rosmarino, fu invasa da una invidia
irrefrenabile per i suoi numerosi rametti che le evocavano il simbolo della fecondità.

Poco dopo si scoprì incinta, e al termine della gravidanza partorì una pianta di rosmarino che lei, intenerita, dopo averla battezzata Rosamarina, annaffiava quattro volte al giorno col proprio latte.

Ma durante una visita il re di Spagna, suo nipote, rubò la pianticella e la sistemò in giardino alimentandola con latte di capra.

Un giorno il re stava suonando il flauto accanto alla pianticella quando stupito vide uscirne una bella principessa di cui s'innamorò immediatamente: sicché quotidianamente, finiti gli impegni di governo, faceva visita al rosmarino dal quale, al primo suono del flauto, usciva l'amata fanciulla.

Ma incombeva la guerra, e il giovane sovrano fu costretto a partire affidando il vaso alle cure del proprio giardiniere.

Le sorelle del re vollero imitarlo e, preso il flauto, lo suonarono davanti alla magica pianticella, evocando così la bella e misteriosa principessa.

Quella fanciulla affascinante provocò in loro un accesso di gelosia che irresistibilmente le spinse a malmenarla senza pietà.

La principessa sparì per sempre e da quel momento il rosmarino cominciò a deperire.

Il giardiniere, temendo che il re al suo ritorno lo punisse, fuggì dalla reggia andando a dormire sulla cima di un albero.

A mezzanotte in punto sotto quelle fronde giunsero un drago e la propria compagna, che cominciarono a chiacchierare. Il drago spiegò al giardiniere che per ridare vita al rosmarino si doveva prendere il suo sangue insieme con il grasso di lei e preparare un unguento grazie al quale la piantina sarebbe tornata verde e vitale.

Quell'unguento potrebbe simboleggiare l'umidità della notte grazie alla quale può rinascere ogni giorno la bella principessa Aurora.

Il giardiniere, uccisi i due draghi, annaffiò con il magico preparato il rosmarino spezzando l'incantesimo, e al ritorno il re sposò la bella Rosamarina.

La favola potrebbe essere semplicemente un'allegoria del succedersi di notte e giorno, ma anche alludere alla resurrezione dalla morte.

Tuttavia, come ogni oggetto simbolico, può evocare altre immagini: in Sicilia, commenta il De Gubernatis, si crede che il rosmarino sia caro alle fate che vi si celano nelle sembianze di serpentelli.

Potremmo dunque ritenere che il legame del rosmarino con le fate, con il mare, sulle cui rive trova l'habitat naturale, e infine con la figura
di donna descritta nel Corpus hermeticum alluda alla Grande Madre dai molti nomi.

«II suo nome è Pepisoth,» è scritto nel Corpus hermeticum «la sua forma è quella di una donna. Nella mano destra ella porta il fulmine (simbolo del fuoco), nella sinistra il simbolo dell'acqua. Ha il corpo coperto di piume dalla cintola ai piedi e un diadema sul capo.»

Ma come ogni essere vivente o oggetto, anche il rosmarino può evocare, secondo il contesto, simboli opposti.

Si sosteneva infatti che gli animali velenosi nutrivano nei suoi confronti un'invincibile avversione, tant'è vero che né serpe né scorpione sarebbero riusciti a entrare in una casa dove vi fosse del rosmarino.

E se di questa pianta si fossero mangiati i fiori col pane e col miele, nessun animale velenoso avrebbe potuto nuocere.

Per stanare poi una serpe da una buca, sarebbe bastato bruciare all'entrata un rametto di rosmarino in modo che il fumo vi penetrasse, costringendo il rettile a fuggire precipitosamente.

I fiori, infine, avrebbero protetto i panni da tignole e vermi.

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LE VIRTU' MAGICHE

Il simbolismo di rinascita e d'immortalità della pianta ha ispirato una serie di credenze sull'influsso benefico che eserciterebbe sulla psiche e sul corpo.

Nelle campagne bolognesi dell'Ottocento si pensava che i suoi fiori, posti a contatto con la pelle, specialmente all'altezza del cuore, donassero la felicità: una credenza antichissima, testimoniata dal suo nome dorico, makarites, ovvero «beato».

Le foglie, a loro volta, messe sotto il letto, avrebbero avuto la virtù di evitare brutti sogni mentre il profumo della pianta, posta in un vaso alla finestra o vicino alla porta, avrebbe allontanato gli effluvi che portavano malattie.

Il suo profumo avrebbe anche potenziato la memoria, cosicché si usava studiare tenendone sul tavolo un rametto o cingendosene le tempie a mo' di corona.

A questa sua proprietà allude l'impazzita Ofelia nell'Amleto quando dice a Laerte donandogliene un rametto: «Ecco del rosmarino, questo è per la rimembranza; vi prego, amore, ricordate; ed ecco delle viole, queste per i pensieri».

Fu usato quale pianta di buon auspicio nel giorno delle nozze perché simboleggiava anche la Sincerità, come testimonia un canto nuziale cretese ricordato dal De Gubematis.

E nell'Havelland si usava durante i matrimoni donare al pastore officiante una tazza di birra, una candela e un mazzo di rosmarino avvolto da fili di seta rossa.

La pianta proteggeva infine contro i fulmini: opinione che dev'essere nata dalla figura di donna, descritta nel Corpus hermeticum, che regge una folgore in una mano.

Proliferarono nel Medioevo le credenze sulle virtù magiche del rosmarino con il legno del quale si fabbricavano scatole e oggetti vari, considerati talismani e amuleti, e persino cucchiai, che avrebbero impedito gli avvelenamenti, e pettini per proteggersi dalla calvizie.

In Inghilterra si ritiene ancora oggi che un rametto, portato all'occhiello di un abito, favorisca qualunque impresa.

Come ogni pianta benefica, fu cristianizzata secondo un tópos leggendario, già incontrato in questo nostro viaggio mitico e simbolico.

Una leggenda andalusa racconta che anche il rosmarino avrebbe celato fra i suoi rami la Madonna e Gesù Bambino durante la fuga in Egitto impedendo ai soldati di Erode, che li stavano inseguendo, di catturarli.

Un'altra credenza sostiene che faccia sbocciare i suoi fiori nel giorno della Passione perché Maria aveva l'abitudine di stendere su di esso gli abiti del Bambin Gesù.

Sempre per questi motivi in Spagna si dice porti fortuna alle famiglie che ne profumino la casa nella noche buena, la notte di Natale.

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LE CREDENZE DELLE VIRTU' TERAPEUTICHE

Grazie alle sue qualità magiche e sacrali si attribuivano al rosmarino fin dall'antichità mirabolanti proprietà medicinali sulle quali non ci dilungheremo se non per descrivere alcune preparazioni che divennero celebri: in primo luogo l'Acqua della regina d'Ungheria, che così Isabella decantava: «Io, donna Isabella, regina d'Ungheria, di anni 72, inferma nelle membra e affetta da gotta, ho adoperato per un anno intero la presente ricetta donatami da un eremita mai da me conosciuto, la quale produsse su di me un così salutare effetto che sono guarita e ho riacquistato le forze, sino al punto di sembrare bella a qualcuno. Il re di Polonia mi voleva sposare ma io rifiutai per amore di Gesù Cristo. Ho creduto che la ricetta mi fosse donata da un angelo. Prendete l'acqua distillata, quattro volte 30 once, 20 once di fiori di rosmarino, ponete tutto in un vaso ben chiuso, per lo spazio di 50 ore: poi distillate con un alambicco a bagnomaria. Prendete una volta alla settimana una dramma di questa pozione con qualche altro liquore o bevanda o anche con la carne. Lavate con essa il viso ogni mattina e stropicciate con essa le membra malate. Questo rimedio rinnova le forze, solleva lo spirito, pulisce le midolla, dà nuova lena, restituisce la vista e la conserva per lungo tempo; è eccellente per lo stomaco e il petto».

Si narra che Luigi XIV guarì, grazie a quest'acqua portentosa, da un reumatismo al braccio e alla spalla.

E Madame de Sévigné la esaltava dicendo: «Essa è divina; io me ne inebrio ogni giorno. La trovo buona contro la tristezza. Ne sono folle, è il sollievo di tutti i dispiaceri».

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L'ACETO DEI QUATTRO LADRI

Altrettanto portentoso fu l'Aceto dei quattro ladri.

Fece la sua comparsa durante l'epidemia di peste che colpì Tolosa fra il 1628 e il 1631.

Secondo quanto attestano i registri della città, quattro ladri arrestati in flagrante mentre stavano saccheggiando le case degli appestati furono costretti a confessare, dietro promessa di aver salva la vita, qual era la misteriosa sostanza che li preservava dal contagio.

Ma appena ne rivelarono la formula furono impiccati.

La ricetta prevedeva, oltre al rosmarino, altre piante che variavano da luogo a luogo.

In Germania si usava sciogliere in 300 parti di alcol una parte di olio etereo di lavanda, di menta piperita, di rosmarino, di ginepro e di cannella, e due parti di olio di cedro e di garofano; quindi si aggiungevano 450 parti d'acido acetico diluito in 1200 parti di acqua. Si agitava per alcuni giorni il liquido ottenuto e infine lo si filtrava. Mescolato con acqua veniva adoperato non soltanto contro la peste, ma anche per lavature della bocca e per le affezioni scorbutiche alle gengive; più raramente per uso interno alla dose di 1 o 2 cucchiaini da caffè al giorno col vino, con l'acqua zuccherata e anche come sostanza odorante.

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I BALSAMI

Contro le distorsioni e i dolori reumatici si usava il Balsamo nervino o Unguento nervino, composto da una mescolanza di olio di papavero, midollo di bue, burro di noce moscata, olio di girasole e naturalmente olio di rosmarino, al quale venivano aggiunti della canfora e del balsamo di Tolù.

Non meno famoso per curare i dolori reumatici era il Balsamo Tranquillo, così detto perché l'artefice fu un cappuccino, padre Tranquillo, che lo inventò insieme con un confratello, padre Rousseau.

Costituito da 18 componenti, variò tuttavia nei luoghi e negli anni, secondo le ricette dei vari medici.

C'era anche una mirabolante conserva di fiori di rosmarino, così descritta dal Donzelli nel suo Teatro farmaceutico: «Piglia di fiori di rosmarino libbre una, zucchero libbre tre. Si cuoce lo zucchero a cottura di manuschristi e si lascia raffreddare, e poi vi si meschiano li fiori sani, e si fanno cuocere poco, perché così facendo resta il loro colore nativo. Conforta il cerebro humido, giova al cuore e corrobora le membra nervose».

Caterina Sforza, signora di Forlì, battezzò infine Acqua celeste un tonico ottenuto distillando tre volte, oltre al rosmarino, numerose altre erbe fra cui la salvia, il basilico, il garofano, la menta, la noce moscata, il sambuco, il ginepro, la cannella, le rose bianche e rosse, l'anice e l'incenso.

Di là dalle amplificazioni e dalle superfetazioni leggendarie, il rosmarino è effettivamente una pianta con tante virtù terapeutiche: è antisettico, antispasmodico, diuretico, stimolante, tonico, vulnerario nonché indicato in fitoterapia per curare l'asma, l'astenia, i capelli, la cellulite, il colesterolo, l'impotenza, la memoria e tanti altri disturbi.

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